Val di Chiana
La Val di Chiana è originata da una fossa tettonica formatasi circa 15 milioni di anni fa (Miocene), quando i movimenti delle placche determinarono il sollevamento della catena appenninica creando delle profonde depressioni. Queste poi, durante il Pliocene, furono invase dal mare, formando un golfo marino che nel tempo si trasformò in un grande bacino lacustre.
Quest’ultimo ebbe però breve durata perché all’inizio del Pleistocene, per l’erosione della soglia collinare, iniziò la fuoriuscita delle acque ed esso fu progressivamente drenato, dando così luogo ad una pianura alluvionale solcata da diversi corsi d’acqua, allora navigabili, che costituirono le principali vie di comunicazione dell’età arcaica.
Fu attraverso il fiume Clanis, affluente del Tevere, che gli antichi popoli italici e gli Etruschi poterono arrivare a Roma e al Mar Tirreno. Gli Etruschi consideravano il Clanis un fiume sacro, deificato e venerato come Klanins, divinità tutelare.
Nel tempo però, la notevole quantità di sedimenti trasportata dai corsi d’acqua, depositandosi, non solo colmò il fondovalle rendendolo pianeggiante, ma progressivamente impedì anche lo scorrimento delle acque cosicché, con l’ostruzione del fiume Chiana, già in epoca romana si crearono i primi ristagni.
La valle, descritta durante l’impero come il “granaio dell’Etruria”, fu notevolmente popolata ed ampiamente coltivata; essa era attraversata dalla via Cassia, la cui importanza crebbe durante il tardo impero quando la via Flaminia e la via Aurelia divennero in buona parte impercorribili.
Nel Medioevo l’interramento dei corsi d’acqua aumentò, rendendo l’area progressivamente paludosa, ma nell’inverno del 786, quando Carlo Magno la percorse andando da Roma a Firenze, la via Cassia era ancora agibile.
Dopo l’anno 1000 però, le acque del Clanis non poterono più defluire e in breve tempo riempirono il suo alveo fino ad esondare, provocando l’impaludamento della valle che da quel momento fu ridenominata “Val di Chiana” o “Chiane”. Da allora l’acqua ristagnò su vaste aree e la malaria iniziò a falcidiare la popolazione; dalla fine del secolo XII divenne l’acquitrino malsano descritto da Dante Alighieri nel canto XXIX dell’Inferno (vv. 46-49):
Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra il luglio e il settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti insembre;
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.
Solo nel 1115, sbarrando le acque della Chiana con la Chiusa dei Monaci per regolare le piene dell’Arno, fu attuato un primo intervento di risanamento, anche se così si ebbe il definitivo impaludamento della valle nella sua parte più settentrionale.
Nel 1338, dopo la conquista di Arezzo da parte di Firenze, per portare le acque in Arno e bonificare così le paludi, fu realizzato il fossatum novum, un canale artificiale che costituì il primo tratto del futuro Canale maestro della Chiana.
Si creò così un grande invaso, del quale Leonardo da Vinci, incaricato tra il 1502 e il 1503 da Cesare Borgia di un progetto per la sistemazione idraulica del territorio, mai realizzato, riporta una veduta a “volo d’uccello”, dove si evidenzia che soltanto allo sbocco dell’Arno lo scorrimento delle acque era regolare e i laghi di Chiusi e di Montepulciano sono indicati come “chiari”, perché profondi e cristallini rispetto alle acque stagnanti circostanti.
Solo dopo la caduta di Siena nel 1555, quando tutto il territorio passò sotto il dominio dei Medici, Cosimo I fece elaborare un piano coordinato e completo di bonifica, sia della parte settentrionale (tributaria dell’Arno) che della parte meridionale (tributaria del Tevere), già progettata dal papa fiorentino Clemente VII. Si proseguì nell’escavazione verso sud del collettore, denominato poi “Canale Maestro della Chiana”, già in funzione nella piana di Arezzo, che nel 1653 fu anche allargato ed approfondito.
Finalmente nel 1664, il governo granducale e la corte pontificia stabilirono degli interventi coordinati per regolamentare le acque mediante il sistema delle colmate, ideato da Leonardo; esso prevedeva che le acque dei torrenti venissero convogliate in vaste aree arginate, in modo da far depositare il limo e i detriti trasportati, sollevandone così il fondo, mentre le acque chiarificate erano restituite al canale Maestro.
Nei primi anni del XVIII secolo gli ultimi Medici fecero bonificare circa due terzi della palude. I Lorena nella seconda metà del secolo subentrarono nell’opera di bonifica e la Chiana con numerose colmate fu quasi prosciugata, anche se ancora con zone acquitrinose ai lati del canale ed ampie strisce incoltivabili adibite al pascolo.
Nel 1780 un concordato fra Pietro Leopoldo e Papa Pio V definì lo spartiacque tra le acque tributarie del Tevere e quelle tributarie dell’Arno presso Chiusi e, in corrispondenza, fu costruito l’argine di separazione, ponendo così fine ai contrasti esistenti per le opere di bonifica.
Con la bonifica comunque i terreni tornarono fertili e coltivabili, la malaria cominciò a scemare e la piana si ripopolò, tentando di tornare alla ricchezza agricola dell’epoca etrusca e romana.
Condizione che fece scrivere a Goethe nel suo «Viaggio in Italia» (1786-88):
«Non è possibile vedere campi più belli; non vi ha una gola di terreno la quale non sia lavorata alla perfezione, preparata alla seminazione. Il formento vi cresce rigoglioso, e sembra rinvenire in questi terreni tutte le condizioni che si richieggono a farlo prosperare. Nel secondo anno seminano fave per i cavalli, imperocché qui non cresce avena. Seminano pure lupini, i quali ora sono già verdi, e portano i loro frutti nel mese di marzo. Il lino pure è già seminato; nella terra tutto l’inverno, ed il freddo, il gelo lo rendono più tenace.»
Le opere condotte dal 1789 al 1827 da Vittorio Fossombroni, che applicando con successo il “metodo della colmata”, sfruttò i sedimenti dei torrenti montani per innalzare progressivamente il livello del suolo della pianura, confermarono che la bonifica della Val di Chiana era terminata
I lavori ad opera dell’ingegnere Alessandro Manetti proseguirono anche nell’Ottocento con le ultime opere di rifinitura e stabilizzazione idraulica e si conclusero definitivamente nella prima metà del Novecento.

