Controcopertina Agosto Settembre 26

Un nuraghe

I nuraghi sono le costruzioni rappresentative della civiltà nuragica, caratteristica della Sardegna, tanto che ad essi si deve il suo nome.

In tutta l’isola ne sono stati individuati più di 8.000. La loro costruzione si sviluppò dopo le civiltà denominate prenuragiche, da circa il 1800 a.C., all’inizio dell’età del Bronzo, e si diffuse nell’isola fino alla prima età del Ferro (900-700 a.C.), dando così luogo, per le modalità di formazione e per il suo isolamento, ad una civiltà unica.

La Sardegna si separò dal continente europeo circa 25-30 milioni di anni fa, durante l’Oligocene, quando l’isola non era nella sua posizione attuale e formava un unico blocco con la Corsica, saldato alla costa meridionale di quella che oggi è la penisola iberica. Circa 15-18 milioni di anni fa, nel Miocene, raggiunse la sua attuale collocazione.

Trascorso il Pliocene (circa 3,3 milioni di anni), durante il Pleistocene, che durò circa 2,5 milioni di anni, si alternarono fasi glaciali e interglaciali, si ebbe l’Ultimo Massimo Glaciale (LGM) e finalmente comparvero le diverse specie del genere Homo, inclusi l’Homo erectus, l’Homo neanderthalensis e l’Homo sapiens. Le prime tracce attribuibili ai proto-neandertaliani riscontrate nel territorio europeo sono state datate a 430.000 anni fa, mentre la specie di Neanderthal si stabilì definitivamente in questa area 250.000 anni fa, ed ebbe la sua massima espansione nel Paleolitico Medio (tra 130.000 e 40.000 anni fa), alla fine del quale, dopo aver convissuto per alcune migliaia di anni con l’Homo sapiens, arrivato dall’Africa, iniziò ad estinguersi. Solo durante il Paleolitico Superiore (da 40.000 a circa 10.000 anni fa) l’Homo sapiens iniziò a diffondersi, ma dagli studi paleogenomici risulta che prima del LGM, la sua migrazione in Sardegna fu intermittente e numericamente ridotta.

Il patrimonio genetico tipico di queste popolazioni era quello del cluster di Goyet, che aveva interessato l’Europa prima e dopo l’ultimo massimo glaciale, terminato il quale, intorno a 14.000 anni fa, i cacciatori-raccoglitori occidentali (WHG), appartenenti al cluster di Villabruna, iniziarono una massiccia migrazione verso nord e verso ovest, nell’Europa centrale e occidentale, divenendone così la componente principale.

Per quanto riguarda la Sardegna, la presenza umana durante il Pleistocene Medio e Inferiore (Paleolitico Inferiore) è ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica. Infatti, sebbene siano stati rinvenuti ciottoli e manufatti in selce lavorata attribuibili a questo periodo, la maggior parte di questi reperti è stata trovata fuori da un contesto stratigrafico chiaro, il che rende difficile una datazione certa e, di conseguenza, una conferma inequivocabile della presenza umana in quel periodo.

La presenza umana è invece provata con maggiore certezza nel Tardo Pleistocene (Paleolitico Superiore), e a testimoniarlo sono i rinvenimenti di resti ossei di animali e di manufatti associati a gruppi di Homo sapiens; gruppi di cacciatori-raccoglitori sono ben documentati anche nel Mesolitico (circa 10.000–6.000 a.C.), periodo a cui sono state attribuite evidenze della presenza umana rinvenute in diversi siti dell’isola.

Si deve infatti tenere presente che, anche se la Sardegna non era collegata alla terraferma, il livello del mare era però più basso di circa 120 metri a causa dell’accumulo di acqua nei ghiacciai e questo permetteva ai WHG di arrivarci dall’arcipelago toscano e dalla Corsica.

Comunque la vera e propria colonizzazione stabile e diffusa si ebbe nel Neolitico, a partire dal 6.000 a.C., quando la Sardegna subì una massiccia ondata migratoria da parte dei Primi Agricoltori Europei (EEF) provenienti dall’Anatolia e dal Mediterraneo centro-orientale. Questa determinò la fine della dominanza assoluta del cluster di Villabruna e si ebbe l’introduzione dell’agricoltura, dell’allevamento e della produzione di ceramiche (cultura di Ozieri).

Con il progressivo riscaldamento climatico nell’Olocene, i ghiacci si sciolsero e il livello del mare salì, isolando definitivamente la Sardegna. Perciò le grandi invasioni dei pastori delle steppe occidentali (WSH), che mutarono il DNA dell’Europa continentale, non interessarono in modo rilevante la Sardegna interna.

In generale quindi le popolazioni che si stanziarono in Sardegna ed ebbero un’evoluzione autoctona dal Neolitico fino all’inizio dell’età del Bronzo, quando si sviluppò la civiltà nuragica, sono indicate come prenuragiche.

Queste erano comunità pacifiche che vivevano in villaggi non fortificati, condizione che testimonia l’assenza di conflitti interni o invasioni; esse erano legate alla spiritualità della Dea Madre, praticavano l’agricoltura, l’allevamento del bestiame, la caccia e la pesca, ed avevano una organizzazione matriarcale incentrata sulla figura femminile, legata alla fertilità e alla terra; praticavano il culto dei morti, per i quali scavarono nella roccia spettacolari tombe ipogee, note come “case delle fate”(Domus de Janas).

Anche se autoctoni, i prenuragici non vissero isolati, ma grazie alla ricchezza di materie prime dell’isola (i metalli e in particolare l’ossidiana del Monte Arci, materiale fondamentale per produrre strumenti da taglio che a partire dal Neolitico Antico furono esportati e scambiati con i Micenei e con i popoli della Corsica, di Creta e del Vicino Oriente, condizione che rese l’isola un centro nevralgico delle rotte marittime preistoriche.

Tra il 3500 e il 2200 a.C. (Eneolitico) nella fase di transizione tra l’Età del Rame e quella del Bronzo, quando i manufatti in metallo si affiancarono agli strumenti in pietra per scopi funerari, rituali o astronomici, nell’isola furono innalzati grandi monumenti in pietra, dolmen e menhir, sviluppando così il megalitismo che, nato in Bretagna, era arrivato in Sardegna attraverso le rotte commerciali marittime del Mediterraneo centro-occidentale. Infatti i circoli megalitici e i dolmen sardi sono contemporanei o leggermente precedenti alle prime fasi di Stonehenge.

Si ebbe così una graduale evoluzione delle culture prenuragiche ed a partire dall’Età del bronzo medio (circa 1600-1300 a.C.), iniziò a svilupparsi la civiltà nuragica propriamente detta, con la costruzione dei nuraghi a tholos realizzati con la tecnica costruttiva a secco, la classica torre tronco-conica con camere interne coperte da volte a cupola, divenuta il simbolo dell’isola, che sostituirono i “protonuraghi” o “nuraghi a corridoio”.

Nel contempo si ebbe anche una evoluzione sociale. Si formò una società fortemente gerarchizzata e aristocratica, le comunità abbandonarono i vecchi villaggi all’aperto, i nuraghi vennero posizionati in punti strategici. per il controllo del territorio e delle vie di comunicazione, ed ognuno di essi comunicava visivamente con quelli adiacenti.

Molti nuraghi, che mostrano precisi allineamenti con il solstizio d’inverno, il solstizio d’estate e con i cicli lunari, testimoniano anche che i Nuragici ebbero avanzate conoscenze astronomiche.

Inoltre l’abilità nell’estrazione e nella lavorazione del rame e dello stagno portò allo sviluppo della metallurgia con produzione di armi e strumenti in bronzo; la Sardegna divenne così un centro metallurgico cruciale del Mediterraneo.

Il girovagare per mare dei Nuragici ha fatto anche sorgere un’ipotesi storica che li collega agli Shardana (o Sherden), uno dei misteriosi “Popoli del Mare” che nel XII secolo a.C. intrapresero incursioni nel Mediterraneo orientale e in Egitto. e combatterono poi come mercenari dei Faraoni.

A partire dal Bronzo Recente (circa 1350-1200 a.C.), raggiungendo la massima monumentalità durante il Bronzo Finale (1200-900 a.C.) e la Prima Età del Ferro (900-700 a.C.), in Sardegna si sviluppò il culto dell’acqua. Questo fenomeno, forse accentuato da una progressiva scarsità idrica che colpì l’isola in quel periodo, coincise con la graduale cessazione della costruzione dei nuraghi.

Allora la popolazione sarda affrontò anche una radicale riorganizzazione sociale e spirituale e la vita comunitaria si spostò nei villaggi-santuario che divennero centri federali delle tribù nuragiche.

I complessi architettonici sorti intorno ai pozzi sacri, maestose strutture ipogee interamente dedicate all’acqua che sgorgava dalle viscere della terra e che assunse una valenza sacra, terapeutica e magica, divennero i luoghi principali per la celebrazione delle diverse cerimonie e, impiegando le conoscenze astronomiche già applicate ai nuraghi, furono utilizzati come veri e propri calendari solari e lunari.

Infatti durante l’equinozio di primavera e d’autunno, il Sole si allineava perfettamente con l’asse della scalinata del pozzo, illuminandone il fondo; e nei lunistizi invernali, tra dicembre e gennaio, la luna alla mezzanotte si specchiava esattamente al centro della vasca d’acqua ed ogni 18,6 anni, in concomitanza con il “lunistizio maggiore” (il momento di massima declinazione orbitale della Luna), la luce lunare cadeva perfettamente verticale attraverso il foro sommitale (tholos) della camera sotterranea allo scoccare della mezzanotte (Riflesso Zenitale).

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