Il trabucco Celestino presso Termoli
I trabucchi, strutture caratteristiche del basso Adriatico che per secoli hanno costituito il mezzo di sostentamento per molte generazioni di pescatori, sono divenuti nel tempo un elemento caratterizzante del paesaggio costiero tanto che, per la loro presenza diffusa, il tratto tra Francavilla al Mare e San Salvo è stato denominato “Costa dei Trabocchi”.
La costa interessata da queste macchine da pesca inizia a nord alla foce del fiume Foro e termina a sud alla foce del Trigno, nei comuni di Francavilla al Mare, Ortona, San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Torino di Sangro, Casalbordino, Vasto, ed infine San Salvo. Tuttavia la presenza dei trabocchi continua anche più a sud, per tutta la costa molisana e lungo i litorali pugliesi, in particolare tra Peschici e Vieste; in passato erano numerosi anche sulle coste a sud del Gargano e nel nord Barese, tra Barletta e Trani.
Il termine per definire questa macchina, che varia a seconda dell’area geografica, probabilmente deriva dalle forme dialettali Travocche, Trabucche, Traboucche, Trabbauche, originate tutte dal latino «Trabs» (legno, albero, casa) e poi italianizzate. Per alcuni la parola potrebbe derivare anche dal ‘trabocchetto’ che si tende al pesce con questa struttura e il suo significato originale sarebbe perciò “trappola” o “trappola profonda”, termine usato nel Medioevo anche per le costruzioni militari in legno (“trebuchet”), utilizzate per assediare le fortezze rivali. Per altri ancora il nome deriverebbe dalla tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, ‘tra i buchi’, oppure dal cosiddetto ‘trabiccolo’ usato nei frantoi per la frangitura delle olive, simile all’argano presente sui trabocchi.
Comunque, secondo alcune fonti storiche, il tipo di pesca praticato con queste strutture risalirebbe al tempo dei Fenici.
Il documento più antico, dal quale risulta la presenza dei trabocchi sul litorale abruzzese, è del 1400, reperito da padre Stefano Tiraboschi dell’Ordine Celestiniano. È il manoscritto “Vita Sanctissimi Petri Celestini”, conservato presso la Biblioteca Marciana di Venezia, in cui si narra della vita di Pietro da Morrone, quando viveva nel monastero di San Giovanni in Venere in Fossacesia, intorno al 1240, prima di divenire Papa Celestino V.
In esso si riferisce che egli usciva spesso dall’Abbazia di Fossacesia e dal colle “Belvedere” ammirava il mare sottostante: “La grande distesa del mare mi sembrò meravigliosa, come quando, da bambino, accompagnavo i parenti ai pascoli bassi, verso la marina di Vasto. Ma ora, più che il mare calmo che luccicava sotto il sole della tarda mattina, punteggiato dai trabocchi posti come vedette verso il confine del cielo, mi colpiva la grande Badia. Era la cosa più bella che avessi mai visto”.
Da questo documento si rileva, pertanto, che nel 1240 i trabocchi già esistevano sulla costa abruzzese, ma il loro numero successivamente crebbe, in epoche diverse e per cause differenti.
Secondo alcuni studiosi i trabocchi compaiono in questa area nella seconda metà del secolo XVII, quando nella zona si stabilirono alcune famiglie composte soprattutto da ebrei migrati dal nord Europa, che trovarono nella pesca una fonte di sostentamento.
Per altri invece essi deriverebbero dalle impalcature originarie realizzate per l’attracco di navi da cabotaggio impiegate per il trasporto dei prodotti della terra verso i diversi mercati, e denominate per questo caricatoi-scaricatoi.
In particolare, alcuni di essi sarebbero stati originati dalle impalcature installate in occasione delle operazioni di disboscamento delle coste teatine, iniziate a partire dalla metà del Settecento, per far posto alle coltivazioni dei terreni, realizzate nei punti in cui la costa presentava scogli affioranti con acque profonde che consentivano la navigazione alle imbarcazioni utilizzate per il carico del materiale legnoso sulle navi da cabotaggio veneziane. Esse persero però la loro funzione quando furono conclusi i lavori e allora vennero riadattate dalla manovalanza dalmata, trasferitasi sul posto insieme alle proprie famiglie e impiegata nei lavori di dissodamento; il recupero fu realizzato con l’aggiunta di pali e reti da pesca, dando così origine ai trabocchi, impiegati per la pesca nei periodi morti della lavorazione dei campi. A riprova di ciò ci sarebbe il fatto che, poiché il gruppo più numeroso dei lavoratori dalmati presentava il cognome “Vri”, modificato successivamente in “Verì”, questo è ancora quello ricorrente fra i proprietari dei trabocchi della costa abruzzese. Le stesse strutture più tardi furono consolidate e migliorate anche con l’impiego del materiale ferroso abbandonato durante la costruzione della vicina ferrovia.
Secondo altre ricerche, il medesimo tipo di struttura fu realizzato anche da alcune famiglie francesi immigrate in Abruzzo in seguito al terremoto della Capitanata del 1627, che aveva generato un forte maremoto devastando le coste abruzzesi e uccidendo in un solo giorno 17.000 persone. Le nuove comunità, insediatesi tra San Vito e Rocca San Giovanni, realizzarono i primi trabucchi per alimentarsi con la pesca.
L’esistenza dei trabucchi è documentata lungo la costa garganica anche nel XVIII secolo, quando essa era scarsamente popolata e i pescatori locali cercavano di utilizzare una tecnica di pesca svincolata dalle condizioni meteo-marine.
Nel Molise il primo trabucco è tradizionalmente associato a Felice Marinucci, un pescatore termolese che intorno al 1850, avendone visto uno dalle parti di Ancona, ne realizzò uno simile nella Marina di San Pietro a ridosso del Borgo Antico.
Anche se le condizioni e le cause che hanno determinato la costruzione delle varie strutture sono differenti, certamente la motivazione per la loro realizzazione è stata sempre la stessa: pescare senza inoltrarsi in mare aperto con le imbarcazioni, riducendo così al minimo il rischio dovuto alle condizioni meteo-marine sfavorevoli e garantire il pescato indipendentemente dalle condizioni climatiche.
Infatti strutture simili ai trabocchi sono presenti lungo la costa marchigiana, sia pur con il nome di “pesca al quadro”; altre, analoghe per forma e funzione, si trovano sul molo di Sottomarina di Chioggia e simili sono le cosiddette «padelle», una sorta di sbarramento mobile impiegato nei cordoni di dune lungo il litorale di Ravenna fin dal XIV secolo.
Se ne possono vedere lungo la costa meridionale del Mar Tirreno, nella zona di Latina, dove vengono chiamate “bilancini”, e sul litorale pisano, dove vengono denominate localmente con il termine “retone”. Ma strutture simili sono usate anche in Francia, conosciute con il termine “pêcherie”.
Il trabocco, di per sé, è una struttura complessa realizzata con pino d’Aleppo, specie ampiamente disponibile nella regione, il cui legno è modellabile e resistente alla salsedine ed alle forti raffiche di maestrale che battono questa costa. La struttura è caratterizzata da una piattaforma protesa sul mare, ancorata alla roccia con grossi tronchi, dalla quale si allungano, sospesi a qualche metro sulla superficie dell’acqua, due o più lunghi bracci, detti antenne, che sostengono una rete gigantesca a maglie strette, la “bilancia”, che, quando viene immersa in mare, assume la forma di un imbuto in cui il pesce, di passaggio, resta intrappolato.
Inizialmente i pali di sostegno venivano conficcati direttamente tra gli scogli, ma, dopo il passaggio della ferrovia, i binari in acciaio scartati furono utilizzati come primo ancoraggio in mare. La passerella dalla terra ferma conduce alla piattaforma di pesca dove è possibile lavorare e dove è installato l’argano, collegato con un sistema di carrucole e corde alla rete.
La tecnica di pesca utilizzata è quella a vista e consiste nell’intercettare con la rete i banchi di pesci che si spostano lungo la costa. Quando questi vengono avvistati, la rete viene calata in acqua e quindi prontamente tirata su per recuperare il pescato. Proprio per questo scopo sulla piattaforma del trabocco due “traboccanti” hanno il compito di azionare i verricelli che manovrano la rete, mentre altri due sono di vedetta per l’avvistamento dei pesci.
Perché la macchina da pesca operi in modo efficace è necessario che il luogo del suo impianto sia scelto con grande perizia, posizionandola dove il mare presenta una profondità adeguata di almeno 6 m e tenendo conto del percorso del pesce nella fase di allontanamento dalla costa, a cui si è avvicinato inizialmente, spinto delle correnti, ma da cui poi si allontana per ritornare in mare aperto. Proprio per sfruttare le correnti favorevoli, i trabucchi sono costruiti a ridosso di punte rocciose orientate in genere verso Sud-Est o Nord-Ovest, lungo la direzione d’uscita che va dall’insenatura verso il largo
Per questo motivo le strutture presenti lungo la costa dal Gargano all’Abruzzo, oltre al nome diverso a seconda dei dialetti locali, hanno anche delle differenze costruttive in funzione della morfologia della costa. Questo ha determinato la realizzazione di due tipi di trabucco: quelli del Gargano, i quali, essendo il litorale frastagliato e roccioso, in generale sono ancorati ai piccoli promontori presenti e lungo l’insenatura che gli stessi formano, mentre parallelamente alla costa si sviluppa la piattaforma, da cui partono le antenne; e quelli dell’Abruzzo e del Molise, dove la costa è più regolare e le acque meno profonde, che sono caratterizzati da una piattaforma trasversale alla costa, a cui sono collegati da una passerella in legno; inoltre la bilancia abruzzese ha rete più piccola di quelli Garganici ed ha in generale un solo verricello, spesso azionato elettricamente, anche quando il mare è calmo, e solo due antenne(o bracci), più estese di quelli del Gargano, dove però sono solitamente in numero superiore.
I trabucchi possono anche essere classificati a seconda della loro ubicazione (di porto o di scoglio) e a seconda dei venti ai quali sono esposti (di levante o di maestrale).
Certamente la descrizione più fascinosa di questa macchina da pesca, del suo impiego e dei luoghi in cui è collocata, è quella del trabocco Turchino, data da Gabriele D’Annunzio in vari passi del romanzo “Il trionfo della morte” (1894).
«La macchina pareva di vivere di una vita propria, aveva un’aria e un’effige di corpo animato...»
“Dall’estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scoglio, si protendeva un Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simile a un ragno colossale…”
una “grande struttura scheletrica bianca che protesta contro la scogliera … una forma eretta e insidiosa in un’imboscata perpetua, spesso contrastando la benignità della solitudine…”
“… anche nelle rocce più distanti c’erano pali fissati per sostenere le corde di rinforzo; innumerevoli piccole tavole erano inchiodate i tronchi per rafforzare i punti deboli. La lunga lotta contro la furia delle onde sembrava incisa sulla grande carcassa attraverso quei nodi, quei chiodi, quei dispositivi. La macchina sembrava vivere una vita propria, portando l’aria e la parvenza di un corpo vivente…”
«…Quella catena di promontori e di golfi lunati dava l’immagine d’un proseguimento di offerte, poiché ciascun seno recava un tesoro cereale. Le ginestre spandevano per tutta la costa un manto aureo. Da ogni cespo saliva una nube densa di effluvio, come da un turibolo. L’aria respirata deliziava come un sorso d’elisir…»
A partire dall’immediato dopo guerra i trabocchi hanno perso progressivamente la loro funzione di pesca di sostentamento e commerciale. Cambiamenti socio-economici, ambientali, morfologici hanno portato ad un loro crescente disuso e, conseguentemente, ad una disponibilità sempre minore delle maestranze necessarie per la loro costruzione e manutenzione. E così si è modificata anche la destinazione dei trabocchi, riconvertiti negli ultimi anni in strutture di ristorazione.
Se romanziamo quindi anche l’attuale condizione dei trabocchi, si può dire che queste creature, vissute per secoli in simbiosi con l’uomo, appaiono oggi prive di vita, presenti come corpi calcificati nel paesaggio costiero, divenuti ormai simulacri utili solo come richiamo di una vicina trattoria.