Controcopertina Febbraio 25

I pini loricati del Pollino

Il monte Pollino, alto 2.248 m s.l.m., è la montagna che dà il nome a tutto il massiccio che si estende tra le province di Cosenza, Potenza e Matera su 24 Comuni della Basilicata e 32 della Calabria. Esso è posto al centro dell’omonimo parco nazionale, istituito nel 1988, il più grande d’Italia, che comprende al suo interno il monte Alpi, i monti La Spina e Zaccana e la vicina catena montuosa dell’Orsomarso. Dalle cime dei monti, la vista, ad occhio nudo, spazia dalle coste tirreniche ad ovest, al litorale ionico ad est, dalla Sila e dalla Piana di Sibari a sud, ai gruppi montuosi della Basilicata fino al Metapontino a nord-est.

La prima testimonianza della presenza dell’uomo in quest’area risalirebbe al paleolitico, come dimostrano i graffiti ritrovati nella Grotta del Romito, nella valle del fiume Lao. In questo territorio vari sono stati i popoli e le culture che si sono avvicendati nel tempo: arabi, normanni, angioini, svevi, saraceni, albanesi, spagnoli, protagonisti delle diverse vicende storiche.

Il nome Pollino da molti viene fatto derivare da Mons Apollineus, cioè monte di Apollo, immaginato forse come l’Olimpo della Magna Grecia e dimora di questo dio. Il ritrovamento nel 2009 sul monte Manfriana di una lastra di marmo, appartenuta forse al frontone di un tempio greco, potrebbe avvalorare l’ipotesi che il monte fosse un luogo di culto particolare per gli abitanti della Magna Grecia.

Altre spiegazioni di carattere etimologico fanno derivare il nome dal verbo latino polleo, “crescere”, e dal termine latino pullus, “giovane animale”, riferendolo ad una area dove nascevano giovani animali domestici e selvatici, oppure da dove in autunno, quando si concludeva la transumanza, scendevano i giovani animali.

D’altra parte, tuttora alcuni termini dialettali quali puddrìno (pollino), puddrù (uccello), puddrìtru (puledro di asino o cavallo). pulivìno (semenzaio), contengono la stessa radice etimologica. Anche altre parole, come pollone (giovane germoglio), polla (risorgiva d’acqua), pollo (da pullus giovane animale) hanno come denominatore comune il momento della nascita o della crescita.

Il nome «Olen», o Apollo (personaggio mitologico rappresentato come il sole), in greco «ὤλεν», deriva invece dal fenicio עלן («whôlon»), termine che nella maggior parte dei dialetti orientali si attribuiva a tutto ciò che è infinito, eterno, universale in rapporto sia allo spazio che al tempo. È dall’unione di אב («ab» o «ap») con «whôlon» che si è formato il termine «ap-whôlon», «Apollo», ovvero il Padre universale, infinito, eterno.

Sotto l’aspetto geologico il Pollino è un massiccio montuoso compreso tra l’Appennino Calabro e quello Lucano, con andamento trasversale nord-est/sud-ovest, e costituisce una delle maggiori strutture geologiche della penisola, una estesa monoclinale, con direzione media WNW-ESE ed immersione generale a NE. Esso comprende alcune tra le più alte e più vecchie cime d’Italia.

Le rocce calcaree e calcareo dolomitiche costituiscono l’ossatura del massiccio, e per questo le cime più alte e le dorsali principali presentano fenomeni di erosione e carsismo, che modellano continuamente l’aspetto del territorio.

Tali fenomeni risultano evidenti per diversi motivi: per la presenza degli inghiottitoi, quale l’Abisso del Bifurto, il più profondo dell’Italia meridionale, che sprofonda per oltre 650 metri; per le numerose grotte, come quella del Romito e quelle di Serra del Gufo; per i canyon del Raganello e del Lao, scavati dalle acque del disgelo dopo l’ultima glaciazione; per le doline e gli inghiottitoi presenti nei piani di Pollino, Ruggio e Iannace, veri e propri raccoglitori-convogliatori di acque meteoriche, che alimentano le sorgenti di origine carsica presenti su tutto il territorio quali quelle del Frida, in località Mezzana e quelle del Mercure, presso Viggianello.

La morfologia superficiale è invece frutto dell’azione degli antichi ghiacciai che ricoprivano il versante settentrionale del massiccio durante l’ultima grande glaciazione di Würm. Le tracce più evidenti si rinvengono sul versante nord-occidentale di Serra Dolcedorme, dove si accumulavano le masse ghiacciate che alimentavano il ghiacciaio del Frido, sul versante nord-orientale del monte Pollino, dove sono i due circhi glaciali separati dal contrafforte nord-est della stessa montagna, e alla base del versante settentrionale di Serra del Prete, dove è l’accumulo dei detriti morenici lasciati dai ghiacciai che si ritiravano, insieme con i cosiddetti massi erratici di notevoli dimensioni che ancora sono visibili nei piani di Pollino e di Acquafredda, dove stagionalmente si presentano ancora alcuni nevai di notevoli dimensioni.

Molte sono le specie arboree presenti in questa area: l’abete bianco, il faggio, (qui è la faggeta vetusta di Cozzo Ferriero, la più a Sud d’Europa), tutti i sette tipi di acero, il pino nero, il tasso, le diverse specie di querce, i castagni e, alle quote più elevate e sui pendii più ripidi è il pino loricato, specie che in Europa è rimasta superstite in colonie residue sui Balcani; soprattutto in Albania, Bosnia, Bulgaria, Serbia, Macedonia e Grecia, e nell’Appennino calabro-lucano, dove è particolarmente diffuso sui gruppi montuosi Pollino, Palanuda e Monte Alpi.

Questa pianta ha un tronco molto grande ed il nome “loricato” deriva dalla sua corteccia, che ricorda le corazze dei soldati romani chiamate “loriche“. Le caratteristiche del suo legno hanno fatto sì che in passato esso fosse molto utilizzato nella costruzione di bauli e casse da biancheria, mentre il contenuto di resina, che bruciava lentamente, lo ha reso adatto alla produzione di fiaccole.

Il Pino Loricato, il cui nome scientifico è Pinus heldreichii subsp. Leucodermis è una conifera sempreverde della famiglia delle Pinaceae; sulla base degli studi effettuati esso risulta essere una sottospecie del Pinus heldreichii, il cosiddetto “pino bosniaco”, presente sui massicci balcanici, da cui ha avuto origine e da dove probabilmente è migrato milioni di anni fa nell’Appennino meridionale, dove si è evoluto in totale indipendenza rispetto alla specie originaria.

Le differenze specifiche tra Pinus heldreichii e la sottospecie leucodermis sono minime: la forma delle pigne e la corteccia molto chiara, di colore grigio argentato negli esemplari più giovani, che si scurisce in pochi anni nel primo, mentre nel secondo si mantiene chiara per molto più tempo.

Dal punto di vista delle caratteristiche evolutive è una specie unica, risale infatti ad epoche remote così che si può definire una vera e propria pianta fossile, un relitto pliocenico, arrivato sugli Appennini molto prima che le ere glaciali del Pleistocene cominciassero a susseguirsi. Esso è perciò probabilmente il vestigio di un clima molto più antico presente negli Appennini nel tardo Pliocene, circa tre milioni di anni fa, quando il clima dell’Italia meridionale, che favorì l’arrivo del pino bosniaco, era più caldo e secco di quello attuale. Qui la pianta cominciò a prosperare, ma le successive glaciazioni –iniziate circa un milione di anni fa portarono climi più umidi, poco adatti al pino loricato, che si ritirò sui massicci più alti, dove maggiore era il contrasto tra i rigidi inverni e la siccità dell’estate.

D’altra parte, il più antico albero vivente conosciuto d’Europa è proprio un esemplare di pino loricato rinvenuto in Calabria, per il quale le analisi dendrologiche (studio degli anelli di crescita) e la datazione al carbonio-14, hanno fatto stimare un’età di 1230 anni.

Proprio per la sua origine, a differenza del passato si osserva oggi che sul Pollino il pino loricato si sta lentamente espandendo a danno delle faggete limitrofe, colonizzando aree a quote sempre inferiori e che anche gli esemplari pluri-secolari, crescono a ritmi maggiori rispetto al passato. Forse il clima, con la diminuzione delle precipitazioni e l’aumento delle temperature estive, sta ritornando a condizioni più simili a quello del Pliocene, più favorevoli al pino loricato, ma dannose per il faggio e per tantissime altre specie viventi. Le variazioni climatiche infatti stanno portando notevoli cambiamenti nel mondo naturale; per alcuni organismi esse sono positive, per altri sono invece negative. Poiché il clima sta assumendo sempre più le caratteristiche che aveva durante il Pliocene, anche per la specie umana, che si è evoluta e sviluppata durante quel periodo, il destino potrebbe essere simile a quello del faggio e quindi dovrà presto arretrare, rinunciando ad alcune terre dove prima prosperava.

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