L’Antro della Sibilla Cumana
Secondo la tradizione mitologica, questo era il santuario dove risiedeva la Sibilla Cumana, famosa per i suoi oracoli e per essere citata nell’Eneide di Publio Virgilio Marone, in cui viene descritto un luogo proprio simile a questo.
La grotta, formata da un lungo tunnel di pietra a sezione trapezoidale, sottopassa la collina su cui sorge l’acropoli di Cuma ed è illuminata da 12 brevi sbocchi laterali e da pozzi, che permettono alla luce di filtrare tenuamente. La forma particolare della galleria, l’effetto speciale dell’alternarsi di luci e ombre ed il risuonare dell’eco creano un ambiente colmo di inquietudine che ripropone ancora oggi la suggestione di essere nel luogo dove il vento faceva turbinare le foglie su cui la Sibilla scriveva i responsi.
La definizione di Antro della Sibilla si deve all’archeologo Amedeo Maiuri che nel 1932 scoprì la galleria; essa presentava indubbiamente alcuni elementi che richiamavano i versi virgiliani:
“Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum, quo lati ducunt aditus centum, ostia centum, unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.” (Eneide VI, 42-44)
(Nel grande fianco della rupe euboica è incavato un antro a cui conducono cento ampi ingressi, cento porte, da cui escono altrettante voci, i responsi della Sibilla.)
D’altra parte, anche le caratteristiche costruttive della grotta rimandavano al primo periodo augusteo, epoca in cui Virgilio viveva a Napoli e scriveva l’Eneide. A tali circostanze forse è dovuta la perfetta rispondenza fra la descrizione virgiliana del santuario dove Enea doveva recarsi ad interrogare l’oracolo, per sapere quale fosse la terra destinata dagli dei al suo popolo, e l’aspetto con cui questo luogo si presentò agli scopritori.
Le Sibille erano figure mitologiche greche e romane, spesso vergini ispirate dagli dei. In origine Sibilla poteva essere solo un nome proprio di persona, ma nel tempo, con il sorgere dei diversi santuari, ciascuna ebbe un epiteto che la designava in relazione al luogo dove operava.
La sibilla cumana che, ispirata da Apollo, trascriveva le profezie sulle foglie di alloro, che poi il vento disperdeva disordinando il testo e rendendone così dubbio il significato, era una delle dieci sibille citate da Varrone (I secolo a.C.) e il cui elenco ci è stato tramandato anche da Lattanzio (III-IV sec. d.C.). Esse risiedevano in luoghi diversi del bacino del Mediterraneo e, in stato di trance, fornivano responsi, profezie sul futuro e chiarimenti su passato e presente, in modo oscuro o “sibillino”.
Un collegio di sacerdoti custodiva i Libri Sibillini, antichi testi sacri di origine etrusca, consultati in caso di pericoli o di catastrofi durante tutta la repubblica e l’impero fino a Giuliano l’Apostata, quando intorno al 400 Stilicone ordinò che fossero bruciati.
L’etimologia del nome Sibilla è incerta. Secondo Varrone deriverebbe da σιούς (sióus) e βυλήν (bylén), termini con i quali nel dialetto eolico si usava chiamare, θεούς (theóus) gli dei e βουλήν (boulén) il consiglio, da cui Σίβυλλα (Síbylla) o Σίβιλλα (Síbilla), parola che indicherebbe perciò la “manifestazione della volontà (βυλήν) divina (σιούς)”.
Anche il ricordo di Cuma, la prima colonia greca dell’Italia meridionale, è sopravvissuto nel tempo con il mito della Sibilla Cumana.
Stando alla tradizione la città sarebbe stata fondata dai Greci dell’isola di Eubea; secondo altre fonti invece dai Greci della Kyme eolica (Kume, città greca dell’Asia Minore). Comunque le iscrizioni arcaiche ritrovate nell’area attestano come essa fu la colonia che diffuse in Italia la cultura greca, introducendo l’alfabeto calcidese, fatto poi proprio dagli Etruschi e dai Latini.
Anche l’antro della Sibilla è stato interpretato dalle ricerche archeologiche come una galleria militare scavata nel tufo a protezione del costone sud-occidentale dell’acropoli, situata su un rilievo isolato che si innalza sulla bassa spiaggia dunosa del litorale tirrenico.
È questa un’altura che verso ovest, sud e nord è formata da lave trachitiche precalderiche del “Primo Periodo Flegreo” (fra i 42.000 e i 35.000 anni fa), mentre ad est è costituita da tufi gialli postcalderici del “Secondo Periodo Flegreo” (35.000-10.500 anni fa), resti del vulcano primordiale il cui cratere aveva un diametro di circa 15 chilometri e come epicentro Pozzuoli.
Proprio dalla sua posizione e conformazione deriverebbe il nome di Cuma, dal greco Κύμη (Kýmē), che significa “onda”, dato alla città dai primi coloni con riferimento al sito dove è ubicata.
Col passare del tempo, Cuma stabilì il suo predominio su quasi tutto il litorale campano fino a Punta Campanella, e raggiunse in breve tempo il massimo della sua potenza fondando essa stessa altre colonie: Partenope prima e poi Neapolis e Dicearchia.
La città, grazie anche all’abilità strategica del futuro tiranno Aristodemo, trionfò nella grande battaglia del 524 a. C. sugli Etruschi di Capua, che per conquistarla avevano formato una lega con altre popolazioni italiche, i Dauni e gli Aurunci.
Dopo questa battaglia ne seguirono altre due, anch’esse vittoriose per i Cumani: la battaglia di Aricia, dove avevano come alleati i Latini, e la battaglia di Cuma del 474 a.C., combattuta con l’aiuto della flotta siracusana e a seguito della quale gli Etruschi furono definitivamente cacciati dalla Campania.
Ma la fortuna della città, travagliata anche dalle discordie interne, declinò. e intorno al 421 a.C. fu conquistata dai Sanniti, divenendo da allora una città osco-sabellica.
A Cuma, Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, dopo l’instaurazione della Repubblica, visse in esilio gli ultimi anni della sua vita.
Con l’occupazione romana della Campania, nel 334 a.C., Cuma divenne civitas sine suffragio, poi nel 318 a.C. tutto l’agro cumano e capuano fu sottoposto alla giurisdizione dei praefecti Capuam Cumas.
La città rimase fedele a Roma durante la seconda guerra punica e, prima della guerra marsica (guerra sociale o italica), ottenne la cittadinanza; più tardi l’imperatore Augusto vi dedusse una colonia militare.

