Il Santuario Italico di Pietrabbondante
Il complesso, situato in posizione panoramica nei pressi di Pietrabbondante, sul versante meridionale del Monte Saraceno, a circa mille metri di altitudine, dominante la valle del Trigno, costituiva il principale santuario dei Sanniti Pentri e forse di tutte le genti sannitiche.
I Pentri erano giudicati dai Romani magnifici e indomiti guerrieri e più di altre genti caratterizzarono l’etnia sannita. Plinio il Vecchio, descrivendo la Quarta Regione, nome con cui veniva designato il Sannio. li cita così: “Sequitur Regio Quarta, gentium vel fortissimarum Italiae “. Essi, organizzati in tribù federate in una Lega, vivevano in insediamenti sparsi ed il loro centro più importante era Boviano.
Secondo gli studiosi, i Pentri discendevano da una unità etnica cui si poteva attribuire il nome generale di Sabini, che abitavano inizialmente l’area compresa tra le Marche, gli Abruzzi e la provincia di Rieti, e che almeno a partire dagli inizi dell’età del ferro emigrarono occupando progressivamente gran parte del territorio centro meridionale della penisola italica, dando così origine ai diversi popoli: Piceni, Pretuttii, Vestirti, Equi, Mar si, Peligni, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini, Lucani e Bruzii.
II nome originario di Safini, derivato da una forma italica Safìo, era stato latinizzato in Sabini, nome con cui si indicavano le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est e più tardi tutto il territorio compreso tra i fiumi Nera e Aterno. Da una forma italica Safno- sarebbe poi derivato il nome della regione, Safnio, il latino Samnium, in osco safìnim, con cui sarebbe stata indicata tutta l’area centro meridionale della penisola italica occupata dagli emigranti: Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.
Furono poi i Romani che denominarono Sannio solo il territorio occupato dalle quattro tribù fondate dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli: i Carecini, i Pentri, gli Irpini ed i Caudini.
L’etimo Pentro si ritiene invece sia legato all’eponimo pen, originariamente osco, che indica il sommo, il più alto, e che quale vocabolo indoeuropeo si ritrova nell’italico (sabino-sabellico-sannita e poi piceno e lucano) e nel celtico, ed indica sempre la sommità, il luogo più alto, riscontrabile anche nel pen di appenninico e di Alpi Pennine.
Per i Pentri l’altezza poteva essere riferita alla sommità del Matese, l’antico Tifernus, dove si erano stanziati i Sabini/Safini, mutando il loro nome in Samnites; e anch’essi quali abitanti di quelle alture, dove si possono ancora vedere i resti di antiche mura megalitiche di città fortificate risalenti ai secoli XI – VII a.C, furono così denominati.
Per quanto riguarda invece il nome di Pietrabbondante si è sempre supposto che esso derivasse dalla gran quantità di pietre e sassi presenti nella zona, ma dai recenti ritrovamenti nell’area archeologica si è ritenuto anche che il nome possa essere collegato al culto della dea “Ops consiva” o dea dell’abbondanza, praticato nel portico del tempio del santuario.
Durante le guerre sannitiche i Pentri con i loro alleati Carecini, Irpini e Caudini si opposero strenuamente ai Romani, che nella loro espansione verso la Campania avevano occupato a nord-est i territori del Sannio dove essi risiedevano.
Essi furono alleati di Pirro durante la sua spedizione in Italia, ma rimasero poi fedeli a Roma quando Annibale invase la penisola; successivamente, per rendersi indipendenti da Roma, presero parte alle guerre sociali e subirono la rappresaglia di Silla.
Proprio durante le guerre sociali furono coniate le monete in cui apparve per la prima volta la testimonianza epigrafica del nome “Italia”, derivato dal termine osco Viteliu, con cui venivano designati i figli del toro, l’animale totemico di queste genti al seguito del quale erano emigrate dalla Sabina, loro terra di origine.
Il Santuario Italico, come altri luoghi di culto, era già esistente durante le guerre sannitiche, ma solo tra la fine del IV e il III secolo a.C. ebbe un ruolo politico, a carattere confederale, con la partecipazione delle altre popolazioni sannitiche. In esso erano celebrati i riti in onore di divinità astratte quali Honos (onore militare), Virtus (virtù militare e politica) e Ops Consiva (opulenza dello Stato).
Il santuario, incentrato nel complesso tempio B-teatro, costruito con un orientamento est-sud/est in asse con il punto in cui sorge il sole durante il solstizio d’inverno, era controllato dai magistrati supremi dello Stato e ospitava non solo le cerimonie di culto, ma anche eventi pubblici. L’elemento principale del santuario era costituito dal bouleuterion, costruzione denominata impropriamente teatro, dove si riuniva il consiglio dei capi.
Dopo la sua distruzione nel corso della seconda guerra punica (218-202 a.C.) da parte dell’esercito di Annibale, che aveva punito i Sanniti Pentri alleatisi con i Romani, finito il conflitto, tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C, per diretto intervento dello Stato sannitico e dei suoi magistrati, che risiedevano a Bovianum, il santuario fu ricostruito nelle forme oggi visibili.
Allora sopra al teatro fu aggiunto il cosiddetto Tempio Grande e fu realizzata la domus publica, che aveva funzioni di rappresentanza ed ospitava sacerdoti, ambasciatori e rappresentanti del potere politico. Il teatro, utilizzato come luogo di riunione, è composto dall’edificio scenico, in muratura e dotato frontalmente di tre aperture, e da una grande cavea circondata dai sedili in pietra dalla caratteristica forma anatomica, integrati direttamente nella pendenza della collina, dove prendeva posto il pubblico. I primi tre ordini di sedili, composti da un unico blocco, con le spalliere sagomate e alcuni braccioli a forma di zampa di grifo, certamente erano riservati ai maggiorenti e potevano accogliere circa 180 persone.
La cavea, costituita da un riempimento artificiale del terreno, nella sua parte inferiore è costruita in pietra mentre la parte superiore, che era dotata di gradinate mobili, è delimitata da mura poligonali che presentano dei decori: le estremità inferiori sono costituite dalle figure scolpite di Atlanti inginocchiati che sorreggono il peso dell’universo.
Il periodo di maggiore splendore del santuario si concluse con lo scontro tra Roma e le popolazioni italiche durante la guerra sociale (91-88 a.C.). Il tempio grande fu infatti utilizzato per un periodo limitatissimo di tempo, perché fin dall’inizio della guerra sociale il culto fu soppresso e il santuario abbandonato. Da allora perse progressivamente la sua importanza religiosa e politica, mantenendo solo funzioni di culto locale; infine negli anni successivi al 406 d.C., con la soppressione dei culti pagani avvenne l’abbandono definitivo del sito. Alla caduta dell’impero romano i superstiti delle invasioni barbariche si rifugiarono sulle alture del Matese, dove erano vissuti i loro progenitori e dove costruirono nuove mura e castelli.
Nel territorio che era stato occupato dai Pentri sin dal sec. XI a.C., nel 1142 Re Ruggero II, per riorganizzare il regno normanno di Sicilia, costituì la Contea del Molise, una delle 34 contee che formavano il ducato di Benevento, che poi nell’XI secolo divenne uno dei castelli della Terra Borellense, vasto feudo della famiglia di origini franche dei Borrello, posto tra l’Abruzzo meridionale ed il Molise settentrionale, che successivamente passò sotto il dominio di diverse famiglie, tra cui i Carafa e i Cantelmo, e fino al 1807 fece parte dell’Abruzzo Citeriore, prima di essere ceduta al Molise con il riordinamento napoleonico.

